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'Fà che non cadiamo in tentazione' (Mt 6,13a)

Interpretazione e traduzione della sesta petizione del Padre Nostro

Nessuno, quando viene tentato, dica: Vengo tentato da Dio.
Dio infatti non può essere tentato da cose cattive
e lui stesso non tenta nessuno (Gc 1,13)

Se è vero che Dio non tenta nessuno, qual è il senso della sesta petizione del Padre Nostro? Cosa chiediamo quando diciamo “non indurci in tentazione” (μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν)? È opportuno abituare i fedeli a pregare dicendo “non abbandonarci alla tentazione”, così come traduce la versione CEI del 2008? In realtà fin dai primi secoli di vita della Chiesa è nata la necessità di riformulare o spiegare la petizione per mezzo di una parafrasi “permissiva” che ancora oggi troviamo in alcune traduzioni moderne spagnole (no nos dejes caer en la tentación) o portoghesi (não nos deixeis cair em tentação) “non lasciarci cadere in tentazione”. Per decidere come tradurre la petizione e come spiegarla ai fedeli è necessario rispondere ad alcuni quesiti: in questo passo πειρασμός significa prova (tribolazione) o tentazione (istigazione al peccato)? Chi è propriamente l’autore della prova o della tentazione? Cosa significa εἰσφέρω εἰς πειρασμόν?

Prova o tentazione?
Il primo passo da compiere è quello di scegliere come interpretare πειρασμός. Nel greco biblico πειρασμός può avere essenzialmente due significati. Il primo è quello di “prova”, intesa soprattutto come tribolazione e il secondo è quello di “tentazione” nel senso di istigazione al male.

Per il primo significato, un esempio si trova in Lc 8,13 e riguarda l’immagine del seme caduto sulla pietra: alcuni hanno ascoltato la Parola e l’hanno accolta con gioia ma “in un momento di prova (ἐν καιρῷ πειρασμοῦ) si tirano indietro”. I paralleli di Mt 13,21 e Mc 4,17, come corrispettivo di ἐν
καιρῷ πειρασμοῦ hanno γενομένης (δὲ Mt) θλίψεως ἢ διωγμοῦ διὰ τὸν λόγον “giunta una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola”. Questo primo significato ha quindi un’accezione piuttosto neutra riguardo
all'aspetto morale della prova. Altri esempi possono essere trovati in Sir 6,7; 27,5.7; Gal 4,14; Gc 1,2; 1Pt 1,6; 2Pt 2,9 e 4,12. Tra i passi citati, Gc 1,2 è molto interessante perché tratta esplicitamente di prove di “diverso genere” (ὅταν πειρασμοῖς περιπέσητε ποικίλοις). Nel v. successivo viene usato un sinonimo (δοκίμιον) per chiarire in cosa consiste la positività della pazienza. Il sostantivo δοκίμιον indica il procedimento mirato a verificare la genuinità o il valore di ciò che è esaminato. A volte l’accento è posto più sul risultato che sul processo.

Il secondo significato di πειρασμός è quello di “tentazione”, intesa come istigazione al male ed in particolare all'allontanamento da Dio e dalla sua volontà. Si tratta quindi di un’accezione decisamente negativa. In Lc 4,13, che chiude il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto, si trova un esempio chiaro di questo uso. Altri luoghi nei quali πειρασμός sembra essere impiegato in questo senso nella Lxx sono Sir 33,1; 44,20 (l’ebraico nei due vv. è 1 ;(ניסוי Mac 2,528. Nel NT: Mt 26,41; Mc 14,38; Lc 22,40; 1Tm 6,9; Gc 1,12.

I due principali significati di πειρασμός possono rappresentare due aspetti di un’unica realtà, la prova della persecuzione comporta anche la tentazione di rinnegare la propria fede, così come l’istigazione al peccato può divenire
un’occasione per mostrare la propria fedeltà a Dio.

Quando si tratta di interpretare la sesta petizione del Padre Nostro, diversi autori scelgono il senso neutro di “prova”. In questo modo la soluzione sembra teologicamente meno problematica, ma lo è soltanto in apparenza. Chiedere a Dio di non mettere alla prova i suoi figli infatti sembra non comportare alcun problema per quanto riguarda la bontà del suo essere, risulta tuttavia problematico rispetto al suo consueto modo di agire e rispetto al messaggio del NT, secondo il quale la tribolazione pare essere un passaggio obbligato per entrare nel regno. Diversi elementi inducono invece a pensare che vada preferita l’interpretazione più negativa di πειρασμός. Nei vangeli di Mt e di Mc infatti, in tutte le altre occorrenze di πειρασμός e πειράζω, è riconoscibile una chiara connotazione negativa. Si tratta cioè di passi nei quali il diavolo o gli avversari di Gesù tendono a lui una trappola per farlo cadere. Soltanto Lc impiega il sostantivo e il verbo nelle due accezioni neutra e negativa. Un elemento ulteriore, a volte sottovalutato, è il fatto che la petizione precedente abbia come argomento la remissione dei peccati. Chiediamo a Dio di perdonare i nostri peccati, così come noi già li abbiamo perdonati a coloro che hanno peccato contro di noi. Guardando poi al futuro chiediamo l’aiuto per non peccare più, chiediamo cioè di non cadere in tentazione. Tentazione e peccato sono naturalmente legati e ciò rappresenta un ulteriore elemento che depone a favore dell’interpretazione di πειρασμός nella sua accezione più negativa di “istigazione al male”. Anche la seconda parte della sesta petizione poi (Mt 6,13 “ma liberaci dal male/maligno”), sembra chiarire che il significato da preferire nel tradurre πειρασμός sia quello di “tentazione”. Se si accoglie quindi questa interpretazione più negativa di πειρασμός, il senso della sesta petizione non può essere “non metterci alla prova”. Qual è dunque il suo significato? Chiediamo a Dio di non tentarci? Gc 1,13, come si è visto, mira a eliminare dal pensiero del credente l’immagine blasfema di un Dio che spinge l’uomo al male. Si tratterebbe tra l’altro di un’interpretazione in contrasto con immagine di Dio del discorso della montagna nel quale il Padre Nostro è inserito.

L’autore della tentazione
Diversi passi dell’AT affermano che Dio mette alla prova ( נסה ; Lxx πειράζω) i suoi eletti (cf. Gen 22,1; Es 15,25; 16,4 etc.). In alcuni, come Gdc 9,22-24 o 1Sam 16,14-15; 18,10, sembra addirittura che Dio per mezzo di uno spirito cattivo inciti l’uomo al male. Col passare dei secoli tuttavia, almeno in alcune correnti del pensiero ebraico, si comincia ad attribuire la tentazione a Satana e non più a Dio (cf. 2Sam 24,1 e 1Cr 21,1; Gen 22,1 e Giub 17,6 etc.) e sempre più si distinguono i due sensi di נסי/נסה in ebraico e in aramaico e di πειράζω in greco: se il soggetto del verbo è Dio, si tratta di
una prova mirata a saggiare o evidenziare il valore dell’uomo provato, se il soggetto è Satana, si tratta invece di un incitamento al male e in particolare di un suo tentativo di allontanare l’uomo da Dio e dalla sua volontà. Ora è importante notare che in Gc 1,13-14 l’origine della tentazione al male, almeno in apparenza, non viene attribuita direttamente né a Dio, né a Satana: “ognuno infatti è tentato dalla propria concupiscenza” (ἕκαστος δὲ πειράζεται ὑπὸ
τῆς ἰδίας ἐπιθυμίας). Gc sembra dunque contraddire una tradizione attestata nell’AT e nella letteratura peri-testamentaria secondo cui Dio “mette alla prova” (πειράζει) i suoi fedeli. In realtà egli si oppone esplicitamente soltanto
all'attribuzione a Dio dell’accezione negativa del verbo πειράζω sottolineando che “Dio non può essere tentato dal male” (ὁ γὰρ θεὸς ἀπείραστός ἐστιν κακῶν). “Dal male/al male” è probabilmente sottinteso nella seconda parte del v.: πειράζει δὲ αὐτὸς οὐδένα “ed egli stesso non tenta nessuno (al male)”. In questo modo egli non permette che Dio venga visto come “tentabile” o “tentatore”.

Le tentazioni di Gesù possono essere interpretate come parte del disegno divino dal momento che è lo Spirito a condurlo nel deserto. In Mt 4,1 si dice che Gesù, dopo il battesimo al Giordano, viene condotto “dallo Spirito” (ὑπὸ τοῦ πνεύματος) nel deserto “per essere tentato” (πειρασθῆναι) dal diavolo (ὑπὸ τοῦ διαβόλου). In Mt 4,3 il diavolo è chiamato ὁ πειράζων “il tentatore”, quindi anche se è lo Spirito a condurre Gesù nel deserto per essere tentato, colui che tenta è il diavolo. In questo passo sembra evidente l’intenzione dell’evangelista di chiarire che la tentazione è parte del piano di Dio ma che il tentatore è il diavolo. Non si tratta certo di un compromesso tra i due ma di un unico evento dal quale ognuno mira a ottenere un diverso risultato. Anche questo dato fa pensare che nella sesta petizione non si chieda tanto di non avere tentazioni, quanto di poter vincere la tentazione nel momento essa si presenta. La richiesta seguente di essere liberati dal male/dal maligno conferma questa interpretazione. La lotta col male è presupposta, il sostegno
nel combattimento è richiesto. Da questi elementi si comprende che la sesta petizione evidentemente non mira a placare il desiderio di Dio di tentare al male i suoi figli e che sicuramente non ha il significato di “non tentarci (al male)”. Se μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν non significa “non metterci alla prova” né “non tentarci”, cosa viene chiesto a Dio con queste parole?

[...]

Entrare o cadere in tentazione?
Ammesso che nella sesta petizione chiediamo al Padre di non permettere o meglio ancora di agire per impedire che qualcosa di negativo ci avvenga, qual è il significato preciso della nostra richiesta? Chiediamo a Dio di evitare che
ci siano tentazioni nella nostra vita? Già si è visto che una richiesta di tal genere non avrebbe molto senso alla luce del modo di agire di Dio descritto sia nell’AT che nel NT. Le espressioni riscontrate in 11Q5 24,10, 4Q504 f1-2Rv,17-18, b. Ber 56b, b. Ber 60b e b. San 107a descrivono uno stato nel quale l’individuo viene a trovarsi in potere di una forza superiore. Un passo nella letteratura del Mar Morto fa pensare inoltre che בוא ב , in senso figurato, possa avere anche il significato di “acconsentire/aderire”. Si tratta di 4Q174 f1-2i,8, testo nel quale si afferma che i figli di Belial “sono entrati nel piano di
Belial ( באו במחשבת[ ב]ל[י]על ) per far inciampare i figli della luce”. Rilevante è anche 4Q438 f3,3 dove l’espressione וצוארי הביאו֯תי בעולך “e il mio collo ho portato nel tuo giogo” esprime chiaramente l’adesione alla volontà altrui. In b. San 107a invece, si evince dal contesto che הביא עצמו לידי נסיון non descrive tanto l’atteggiamento di chi acconsente alla tentazione, quanto quello di chi conduce se stesso nelle mani del nemico. In Mt 26,41 Gesù ordina ai suoi discepoli di vegliare e pregare “per non entrare in tentazione (ἵνα μὴ εἰσέλθητε εἰς πειρασμόν). Lo spirito è pronto ma la carne è debole”. Il parallelo di Mc 14,38 ha ἵνα μὴ ἔλθητε εἰς πειρασμόν “per non venire/giungere in tentazione”. Diversi autori pensano
che Mt abbia sostituito il verbo ἔρχομαι con εἰσέρχομαι per rendere il parallelo con Mt 6,13 più evidente. È possibile tuttavia che Mt abbia preferito εἰσέρχομαι semplicemente perché più adatto a esprimere l’idea di “entrare in
una situazione/in uno stato”. Le due espressioni impiegate sono probabilmente un calco di quelle aramaiche o ebraiche viste precedentemente nei paralleli contemporanei e successivi al NT. Esse descrivono una situazione nella
quale la difficoltà o la tentazione hanno potere sull’uomo, poiché egli “è entrato” in una trappola dalla quale da solo non potrà fuggire. Per questo motivo credo che la traduzione CEI del 1974 di Mt 26,41 “Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione” sia da preferire a quella della CEI del 2008 “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione”. La seconda è più letterale, la prima coglie meglio il senso della frase. “Entrare in tentazione”, in italiano, è un’espressione sinonima a “avere una tentazione”, ma avrebbe senso pregare nel Getsemani per non avere tentazioni? È chiaro che la tentazione del rinnegamento è presente in una tale situazione, ciò che si chiede è la forza e la lucidità per non cadere in suo potere, lo spirito infatti desidera seguire la volontà di Dio, ma la natura umana è profondamente condizionata dalla paura della
sofferenza e della morte. Pregare per non cadere in tentazione significa dunque chiedere a Dio di poter vincere nella lotta col nemico, per giungere così al grado più alto di santificazione e glorificazione del Nome (Mt 6,9; Lc 11,2; Gv 12,28) e cioè il martirio.


Conclusione
I dati raccolti mostrano che il significato più probabile di πειρασμός nel Padre Nostro è “tentazione” e non “prova”. L’autore della tentazione è propriamente il diavolo (ὁ πειράζων) e a Dio è chiesto di intervenire con il suo aiuto per impedire che i suoi figli siano vinti dal male. Il verbo εἰσφέρω è molto probabilmente il risultato della traduzione dell’aph‘el di אתי o di עלל e la sua negazione può quindi essere interpretata con tutte le sfumature implicate nella negazione di un verbo causativo in aramaico. Se queste conclusioni sono giuste, credo che il modo migliore per tradurre la sesta petizione sia “e fa’ che non cadiamo in tentazione ma liberaci dal maligno”. La traduzione CEI del 2008, “non abbandonarci alla tentazione”, costituisce un coraggioso tentativo di traduzione a senso, anche se a mio avviso non mostra in modo sufficientemente chiaro il cuore della petizione, la quale esprime non tanto il timore di essere abbandonati da Dio, quanto la richiesta di un suo intervento nell’ora della tentazione.


Matteo Munari, ofm
Studium Biblicum Franciscanum, Jerusalem

(articolo tratto da: https://www.academia.edu/19538127/Fa_che_non_cadiamo_in_tentazione)

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