Translate

L'alveare dello Speco

Si narra che uno dei padri guardiani di questo pio luogo avendo smessa per qualche tempo - non si sa per quale motivo - la processione che, per tradizionale consuetudine, vi si faceva in tutte le feste e domeniche dell'anno, prima o dopo la messa conventuale, avvenne che uno sciame numerosissimo di api, il quale aveva costruito l'alveare entro la cavità di un grosso elce vegetante presso la chiesa, sdegnato per la grave omissione e colpevole imprudenza di quel religioso, partì come tacita protesta dal suo cupello per ritornarvi solo dopo che un altro superiore ricominciò la pratica divota della processione, tanto gradita al Signore e all'umile suo servo Francesco (Ant. da Orvieto, Cronologia della Prov. Serafica Rif., Lab. 11). Così la cronaca.

Anche oggi, nel lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione, i terrazzani dei vicini castelli di Sant'Urbano, di Vasciano e d'Itieli, come usavano prima anche quelli di Configni e del Poggio, ripresa l'antica consuetudine religiosa, si recano processionalmente allo Speco coi loro stendardi e le immagini venerate delle loro parrocchie, cantando preci e litanie, animando di gaie note festose i secreti recessi. Anche oggi nelle prime ore del 4 ottobre, la popolazione accorsa in folla ad onorare il santo Patriarca, insieme col sacerdote - che dopo la partenza dei frati minori, vi ha ripristinate le tradizionali feste - sale in processione notturna, al bagliore delle "antusse" fragranti di pino e di ginepro, all'oratorio sacro, ove si canta la messa. E' il rito nelle ombre silenti della notte, tra la selva frusciante la melodia delle memorie e delle anime, è misticamente bello e suggestivo.

E oggi le belle api della soave leggenda francescana sono ritornate nel cavo dell'antichissimo elce vegetante presso l'Oratorio.

Sono ritornate. Quando me lo disse l'ortolano salii subito insieme con lui, su per uno di quegli stradoncelli erbosi e frondenti che si aggirano intorno al convento solitario, per vederle io stesso con i miei occhi. Sostai alle radici del vetusto albero, incastrato tra le macerie di un muro morto, in religioso silenzio, la faccia a terra e il cuore in Dio. Come mi sembrarono intelligenti e graziose, più intelligenti e graziose del solito allora, quelle care creaturine di Dio che dopo aver ricercato per lungo e per largo tutti i fiori del bosco ritornavano cariche di miele festosamente ronzando nel rifugio del proprio cupello!

Uno spirito scettico sorride forse d'incredulità a questo ingenuo racconto che sembrerebbe inventato dal misticismo di qualche anacoreta, ma pure nella vita di San Francesco tanti fatti che ad occhio profano sembrerebbero invenzioni prettamente fantastiche hanno solida base di vero. Nessuna leggenda mi parve più vicina alla storia; nessuna poesia mai più vicina alla realtà. Non sono testimoni esse forse della parola luminosa e gioconda di frate Francesco, che, tutto spirante dolcezza e ardente di amore, le benedisse nel nome del Signore? Non simboleggiano esse forse uno dei tanti privilegi che il Serafico Padre ottenne alla famiglia francescana, proprio qui in grembo alla foresta, nella pace pensosa del suo Oratorio? "Se i frati saranno di buona intenzione e volontà dandosi di vero cuore alla virtù, saranno in tutto diretti dallo Spirito Santo. Non mancherà mai a quelli che professano la sua religione di che sostentarsi".

O belle creaturine "argumentosae", care amiche di Frate Francesco, fedeli aralde di operosa virtù e di carità fraterna, voi siete ritornate a manifestare ancora una volta in questo angolo remoto del mondo, nell'ombra degli elci secolari, che la dottrina e la missione dell'umbro patriarca si perpetua feconda e benedetta a traverso i secoli.

Il ritorno delle api era stato scoperto così: "Viola di Petracchini - aveva soggiunto l'ortolano - trovandosi a lavare i panni giù nella Laia, presso il passo che va verso Vaguzzo, osservò che tante tante api arrestavano il volo lì sulla riva del torrentello, sui ciottoli del greto per bere nella corrente. Mentre pensava tra sé e sé che un alveare fosse in quelle vicinanze, le vide riprendere il volo, dritte come una palla da schioppo verso il monte in direzione dello Speco. Dovevano certo abitare lassù nella macchia del convento.

Rosa, la bruna pecoraretta di Vasciano, stando a guardare il branco delle sue capre sul "prato delli Frati" a breve distanza dal castagno di S. Francesco aveva appena avvertito l'insolito ronzìo, quando si accorse che uno sciame di api densissimo e sussurrante, passando e ripassando tranquillamente tra le fronde e i rami entrava nel bugno aperto del vecchissimo elce incastrato lì nel muro a secco, a fianco del pianoro".

Sono tornate e quella è la loro abituale dimora. Facciamo voti che gli avidi cercatori di ipotetici tesori, i quali hanno più volte manomesso con arbitrarie escavazioni questi luoghi non senza profanare la veneranda santità della Grotta e le radici del Castagno di S. Francesco, vorranno risparmiare alla loro beata ingordigia di lucro per un pò di miele, il vetusto elce che conserva tuttora nel suo seno il prezioso tesoro di un ricordo francescano tanto caro e gentile: l'alveare dello Speco simbolo perenne di prosperità e di saviezza.


tratto da:    CERONI, don Gelindo, "Lo Speco di Frate Francesco: storia, leggenda e canti" (1929)

© Copyright Sacro Speco di San Francesco